RETTE PARALLELE

Capitolo Primo

 

Dicono di quest’opera e della sua autrice:

“Una fanfiction stupenda!”

Simona Book Review

Moonia è la più grande autrice di fanfiction dei nostri tempi.” Simona Bestseller Times

“Una storia emozionante e coinvolgente, ancor più del suo precedente lavoro; Orizzonti.”

Simona Reader’s Digest

 

“Andiamo a Parigi” ordini secca al cocchiere.

“Ma perché a Parigi? Non mi sembra che il generale Bouillè abiti lì.” Non è il massimo per iniziare una conversazione, ma siamo seduti fianco a fianco in questa carrozza ed il silenzio tra di noi già pesa come una coperta di piombo.

“No infatti, ma questa sera andava all’Opera.” Lo dici tutto d’un fiato, con gli occhi chiusi ed il viso rivolto verso il basso. Ed io capisco che la conversazione tra di noi muore così. Non siamo (non sei) mai stati dei chiacchieroni, abbiamo sempre convissuto con i nostri rispettivi silenzi, ma non erano così sgradevoli, così carichi di cose non dette. Mi sento oppresso…

Sono talmente perso dentro i miei pensieri, come in un labirinto in cui Dedalo si sia dimenticato di costruire una via d’uscita, che non mi rendo conto che il silenzio della via ha subito un’inquietante mutamento. La carrozza si ferma. Il rumore di un osso che si rompe. Vedo il cocchiere che vola sul selciato. Ed ora sì, finalmente il silenzio si dilegua di fronte ad una folla di almeno duecento persone che fa oscillare la nostra carrozza come una barca in mezzo alla tempesta.

Vedo tutto dal di fuori del mio corpo; vedo me stesso trascinato fuori dalla carrozza, vedo te subire la stessa sorte, mi sento urlare il tuo nome, ti sento urlare il mio nome… poi è buio e dolore.

*

“Andiamo a Parigi” ordino al cocchiere. Ma perché la voce mi esce sempre con questo tono sgradevole?

“Perché a Parigi? Non mi sembra che il generale Bouillè abiti lì” mi domandi con il tuo tono di voce che invece reca sempre una traccia della tua innata gentilezza.

Gentilezza a cui rispondo secca: “No infatti, ma stasera andava all’Opera.” Ci provo ad usare un tono meno rude, ma evidentemente proprio non mi riesce. Eppure lo vorrei, credimi Andrè. Almeno nei tuoi confronti.

Vedo che chini il capo. Ecco, l’ho fatto di nuovo. Ho alzato quel dannato muro tra di noi anche stasera. Stasera avrei dovuto, avrei voluto parlarti. Per questo ti ho chiesto di accompagnarmi. Volevo dirti che non ce l’ho con te per quella notte, che non ti ho mai odiato per quello. Volevo dirti che mi dispiace di averti trattato male quella notte. Volevo dirti che non è vero che non ho più bisogno di te. Volevo dirti che da quando prestiamo servizio entrambi nella Guardia Metropolitana sento che qualcosa tra noi è cambiato, e sto male per questo. Volevo dirti che vorrei tanto tornare ai tempi in cui io e te parlavamo di tutto e di niente, ai tempi in cui anche i nostri silenzi erano pieni dell’affetto che ci legava, e non delle rispettive paure come adesso. Non lo sopporto più questo silenzio! Ora parlo. Ma le parole mi restano incastrate in gola. E continuo a fissare il fondo della carrozza come se lì potessi trovare le risposte che cerco, il coraggio che mi manca…

Ci fermiamo in mezzo alla piazza. Perché? Un rumore. Il cocchiere vola per terra. Una folla di facce sporche e urlanti accerchia la carrozza. Aprono il mio sportello. Mi trascinano fuori. A te ti tirano fuori direttamente dal finestrino. Oh dio, no. Non può finire così.

*

Riprendo i sensi giusto in tempo per vedere il cappio e rendermi conto che mi hanno legato le mani dietro la schiena. Inizio a dimenarmi. Devo trovare Oscar. Poi impiccatemi, bruciatemi, fatemi a pezzi.

Rumore di cavalli.

Arrivano i soccorsi.

No.

Lui no.

Vede Oscar per terra, scende da cavallo, la prende tra le braccia e la porta in un vicolo.

Dio, dillo che ti sto proprio sul cazzo.

Va bene, avete vinto voi: ce la infilo la testa nel vostro bel cappio.

La fine, la fine di ogni pensiero, di ogni dolore è vicina quando detona uno sparo. Tutti si girano e mi lasciano cadere.

“Ascoltatemi tutti! Sono il conte Hans Axel di Fersen!”

A me verrebbe da urlare E 'sti cazzi, e la folla ha più o meno la mia stessa reazione. Mi viene da ridere. Poi la consapevolezza si fa strada nella mente collettiva.

“Ma… ma è l’amante dell’austriaca!”

E via, a dar la caccia all’animale pregiato, lasciando sul selciato il bastardino.

*

Dolore. Dolore in tutto il corpo e nella mente. Non posso morire così. Andrè morirà convinto che io lo odi. No, non posso! Aiuto!

Due braccia mi sollevano. La mia schiena è ora appoggiata ad un muro fresco ed umido. Andrè, sei vivo e mi hai salvato la vita anche stavolta.

Apro gli occhi. Qualche secondo per mettere a fuoco il volto che mi fissa. Fersen. Fersen?!?

Dio, dillo che ti sto proprio sul cazzo.

“Sono contento di vedere che state bene” sussurra con la sua voce mielosa.

“E Andrè..? non avete visto Andrè?” non ho tempo per te. Devo andare. Andrè è ancora preda di quella folla inferocita.

Mi slancio sulle scale, ma qualcosa mi trattiene.

“Lasciatemi andare, il mio Andrè è in pericolo!” finalmente la mia voce esplode.

Silenzio.

Mi fissa con gli occhi sgranati. Ma che vuole?

“Avete detto… il mio Andrè..?”

Ora è il mio turno di sgranare gli occhi.

L’ho detto? Sì, l’ho detto. Non l’ho pensato prima, ma l’ho detto. Ormai queste parole sono uscite dalla mia testa, dalla mia bocca, ed ora vivono la loro esistenza. Sono qui, in questo vicolo, su di me, su Fersen. Tra di noi.

Fersen sorride.

“Ma certo. Voi restate qui al sicuro. Penso io a salvare… il vostro amico.” E se ne va.

E a me non resta che scivolare lungo questo muro sudicio recitando come una preghiera “Il mio Andrè… il mio Andrè…”

*

Fersen fugge a cavallo con il suo codazzo di parigini inferociti.

Io resto seduto sul selciato lurido.

Poi ti vedo. Emergi da quel vicolo come un fantasma da una tomba. Giri lo sguardo sulla piazza, senza vedere. Poi i tuoi occhi si fermano su di me. Un lampo. Accelleri il passo. Ma cammini come un automa. Mi raggiungi. Ti inginocchi. Mi sleghi le mani. Tutto senza una parola. Mi sembra di sentire un singhiozzo. Ma il silenzio tra di noi è talmente assordante…

*

Sto seduta per terra, con la schiena appoggiata al muro ed il viso rivolto verso l’alto.

Sento lo sparo, Fersen che dice qualcosa e la folla che urla. Poi il cavallo galoppa via seguito dalle urla. Poi silenzio. Conto fino a tre. Mi alzo. Salgo i gradini. Esco sulla piazza. È deserta. Vedo la carrozza rovesciata ed il cadavere del cocchiere. So che devo ruotare la testa per cercarti, ma questo movimento elementare mi costa una fatica mai provata prima. Non voglio vedere il tuo cadavere. Non voglio. Ti prego. Ti vedo. Sei seduto per terra e devi avere le mani legate dietro la schiena. Sopra di te, un cappio. No, non può esserci mancato così poco. Il mio corpo è lacerato; vorrebbe lanciarsi su di te, abbracciarti, baciarti, dire tutto quello che si agita nel fondo del mio cuore e della mia mente… ma anche stavolta vince la parte di me ligia alle regole, la parte vigliacca.

Ti raggiungo, mi inginocchio dietro di te per sciogliere i nodi che stringono le tue mani ed il lieve contatto tra le nostre dita mi causa un’emozione nuova ed antica allo stesso tempo. Vorrei parlare, ma il pianto in gola mi strozza. Trattengo un singhiozzo. Ora no. Ora devo riportarti a casa. Domani. Domani ti dirò tutto.

*

Siamo tornati a casa con una carrozza pubblica. In silenzio.

La nonna ha avuto un mancamento vedendoci, ma è durato un attimo; si è subito organizzata per medicarci.

Ci siamo dati la buonanotte ai piedi delle scale.

Ho passato una notte d’inferno, e non per il dolore fisico. Ora che eri riuscita a dimenticarlo (o almeno così mi sembrava), Fersen torna per fare di nuovo la figura dell’eroe ai tuoi occhi. E si ricomincia. Non so se ce la faccio anche stavolta.

Mi alzo all’alba, che tanto di dormire non se ne parla.

La casa è particolarmente animata stamattina.

Come al solito la servitù sa già tutto e anche di più. Sembra che Fersen sia riuscito a tornare nella sua casa di rue Matignon illeso. La mia solita fortuna.

Tu non hai mai prestato orecchio alle chiacchiere, così anche stavolta mi toccherà fare da messaggero.

Ti raggiungo nel tuo salottino privato, dove la nonna ti ha servito la colazione.

Da dietro la porta vi sento chiacchierare. Hai una voce così dolce quando parli con la nonna. Vi sento anche ridere. Sei di buon umore, Oscar? Hai visto la morte in faccia, ma questo ti ha permesso di rivedere Fersen nel ruolo di eroe senza macchia e senza paura, e a quanto pare basta questo per farti sorridere.

La nonna esce da una porta ed io entro dall’altra.

Vai Andrè, togliti subito il dente.

“Ho appena saputo che il conte Fersen è tornato a casa sua sano e salvo.”

Mi guardi sorridente, seduta vicino alla grande finestra, con una tazza di cioccolata tra le mani ed un’espressione dolce in viso che non ti vedevo da… oh, nemmeno me lo ricordo più da quanto non ti vedo sorridere.

“Ne sono felice.”

Certo che ne sei felice, Oscar. Ma una parola per me proprio non ce l’hai? Sai, sono quasi stato impiccato, ieri sera.

Prendi fiato e schiudi le labbra.

“Vuoi un po’ di cioccolata, Andrè?”

Davvero, Oscar? Davvero davvero? Ieri siamo quasi stati ammazzati e tutto quello che riesci a dire è Vuoi un po’ di cioccolata? No cazzo, non la voglio la cioccolata! Voglio te. Ti voglio da una vita. Ed in questo preciso momento ho un’epifania: tu non mi ami e mai mi amerai. E allora io che ci sto a fare ancora qui, ad elemosinare una parola, un sorriso, come un cane pulcioso che tu continui a scacciare?

Basta. Sono stanco.

*

Che nottata orribile. Come chiudevo gli occhi ti vedevo pendere da quella forca. Soffocavo un urlo in gola, ma non potevo certo impedirmi di piangere. Non ho mai pianto tanto come stanotte.

Basta, sono stanca.

Questa situazione assurda deve finire.

Domani saremo entrambi a casa per tutto il giorno ed io troverò l’occasione per parlarti.

Devo dirti tutto.

Devo dirti che ti amo.

La nonna mi porta la cioccolata calda.

Come avrei fatto senza voi due, senza te e la nonna? Le uniche persone che mi hanno sempre amato per me stessa, nonostante me stessa. Mi viene di nuovo da piangere. Oggi sono un disastro. Per fortuna la nonna mi fa sorridere.

Lei esce e tu entri.

Bene, posso farcela. Devo farcela.

Ma tu parli prima di me.

“Ho appena saputo che il conte Fersen è tornato a casa sua sano e salvo.” E questa volta la vedo, la vedo chiaramente, la sofferenza nella tua voce e nel tuo sguardo. No. Non è possibile. Tu pensi che io sia ancora innamorata di Fersen? Ma io non l’ho mai amato, Andrè, ti prego credimi. Ne ho la conferma ora che provo per te un sentimento di un intensità che mi sconvolge. Devo dirtelo. Ora.

“Ne sono felice.” Ma che cazzo dico?!? Va bene Oscar, calmati. Ovviamente sei felice del fatto che Fersen, che vi ha salvato la vita, sia illeso. Ma ora dì quello che vuoi dire veramente.

“Vuoi una tazza di cioccolata Andrè?” Ma che problemi hai, Oscar? Come te ne esci? La cioccolata? Va bene, va bene così; ora Andrè si siede per fare colazione come me, come una volta, ed io mi rilasserò e potrò parlargli.

“No, ti ringrazio Oscar.”

Ed esci chiudendoti la porta alle spalle.

E mi lasci qui da sola, con la tazza di cioccolata in mano ed il cuore gonfio di parole.

*

La cioccolata. Mi chiede se voglio la cioccolata. Basta. Non credevo che sarebbe mai giunto questo giorno, ma tu hai reso possibile l’impossibile, Oscar.

*

Bene, ho finito di fare colazione. Da sola. Non era così che doveva andare. Avevo progetti completamente diversi per oggi. Ma tu non hai collaborato, Andrè. Ora devo venire direttamente in camera tua. Se fosse una bella giornata ti proporrei una passeggiata a cavallo, ma piove. Se non avessimo tutte le ossa rotte ti proporrei una passeggiata nel giardino, ma niente. E allora adesso mi alzo e vengo da te. E ti dico tutto. Abbi ancora un attimo di pazienza, Andrè, ora mi alzo da questa sedia, poso la tazza di cioccolata ormai vuota e fredda e ti raggiungo.

Toc toc.

“Avanti”

E ti affacci tu. Da quando in qua bussi?

“Oscar, debbo parlarti.”

Ti guardo stranita; possibile che tu possa anticiparmi anche stavolta?

“Ti ascolto Andrè. Siediti. C’è ancora un po’ di cioccolata nella caraffa.” E basta con questa cazzo di cioccolata, Oscar!

“No grazie. Sono venuto per consegnarti la mia lettera di dimissioni. Di fatto non sono più il tuo attendente da quando hai assunto il comando della Guardia Metropolitana e ho pensato che non è giusto che io continui ad abitare qui, visto che non faccio più parte della servitù di casa Jarjayes.”

Ma che stai dicendo Andrè, non ti capisco… la servitù di casa? E che c’entri tu con la servitù? Hai un’espressione così dura, non si addice al tuo viso, non te l’ho mai vista… Cosa dici..?

Ma queste cose non le dico. Le penso. E ti fisso. Immobile.

Prendi un respiro profondo e prosegui. “Quindi… in quanto soldato stipendiato dallo Stato, ho deciso di affittare una casa a Parigi, vicino la caserma. Per me sarà anche più comodo. Tu che ne pensi?”

Io? Io che ne penso? Penso che è un incubo. Te ne vai. Mi lasci. No, non farlo.

“Penso che hai il diritto di fare ciò che vuoi, Andrè.” Ma come è possibile che dalle labbra non mi esce mai, mai la frase che ho formulato in testa? Io penso Resta! E poi dico Vattene! Non è possibile.

Le tue labbra si stirano in un ghigno e ti sfugge anche uno strano suono, una risata acida trattenuta a stento.

“Ti ringrazio per la tua comprensione, Oscar. Ora vado a presentare le dimissioni ufficiali a tuo padre.”

E a questo punto fai una cosa assurda.

Ti inchini.

Ti inchini davanti a me come un qualunque cameriere ed esci dalla stanza chiudendo delicatamente la porta.

Dio mio, che ho fatto?

Ti ho perso.

*

Era una prova, Oscar. L’ultima. L’ultima possibilità.

Va bene, non mi ami. Ma siamo cresciuti insieme. Una volta avrei potuto giurare che mi volevi bene. Almeno quello. Me lo sono fatto bastare per anni, il tuo affetto fraterno. Ed ora nemmeno quello.

La mia partenza avrebbe almeno dovuto rattristare la bambina con la quale sono cresciuto, ma evidentemente quella bambina è morta, uccisa dalla donna di ghiaccio che sei diventata.

Dio, come mi manchi.

Ma ora basta.

Ho gettato per anni il mio amore e la mia dignità ai tuoi piedi, e tu non hai fatto altro che calpestarli. E non propinarmi la storia che non ti eri mai accorta dei miei sentimenti, Oscar! Non sei così stupida. Ma sei malvagia.

Ho consegnato la lettera di dimissioni a tuo padre e, vuoi ridere Oscar? Lui si è mostrato sinceramente dispiaciuto! Tuo padre! Mentre tu…

“Penso che hai il diritto di fare ciò che vuoi, Andrè.” Con quel tono da Regina dei Ghiacci che anni fa usavi una tantum e che ormai è il tuo tono abituale. Anche con me. Soprattutto con me.

Sto mettendo i miei pochi averi in valigia; qualche vestito, qualche libro. Mi cade una raccolta di fiabe di Perrault. L’avevo dimenticato. Lo apro e leggo la dedica all’interno: 26 agosto 1767 – ad Andrè per il suo tredicesimo compleanno. Con tutto il mio affetto, Oscar

Dov’è finito tutto il tuo affetto per me, Oscar?

*

Te ne vai. Te ne vai davvero. Hai parlato con mio padre e ora sei in camera tua a fare le valigie. Lo so perché sono dietro la tua porta, con una mano sollevata che cerca il coraggio di fare l’ultimo movimento programmato, quello decisivo: bussare. Ma niente, è come congelata. Nella mia mente si affollano le parole, le immagini. Immagini del passato, felici, e immagini future. Quest’ultime sono di due nature opposte; vedo immagini conseguenti alla mia decisione di bussare alla tua porta, e allora è un futuro felice quello che si apre per noi. Ma poi ci sono quelle altre, le immagini conseguenti alla mia mancanza di coraggio; io non busso, tu non apri, io resto sola e tu te ne vai.

Ma deve finire per forza così?

No.

La mano si muove, sto per bussare… e la tua porta si spalanca.

Io ti guardo, tu mi guardi.

“Sì Oscar, ti serve qualcosa?”

Ti fisso e vedo la valigia nella tua mano destra.

Mi ero preparata psicologicamente ad entrare nella tua camera, parlare del più e del meno in attesa di trovare il coraggio di dirti di restare, non perché sei il mio attendente, ma perché sei l’uomo che amo. Ma tu mi hai spiazzato aprendo la porta e facendomi quella domanda in modo così formale, così non tuo…

“No niente Andrè, volevo solo augurarti buona fortuna e… beh, tanto ci vediamo tutti i giorni a lavoro!” e questa allegria fintissima da dove mi esce?

Mi guardi perplesso e ferito.

“Ti ringrazio Oscar. Certo, ci si vede a lavoro. In fondo non cambia niente.”

E invece cambia tutto.

 

 

Fine Prima Parte

Moonia (mail to: monia.guredda@gmail.com)